

123. Discorso alla conferenza di pace Da: A. De Gasperi, in Il
nuovo Corriere della Sera, 11 agosto 1946.

La posizione diplomatica dell'Italia alla fine del secondo
conflitto mondiale era alquanto delicata e complessa, in quanto
essa aveva concluso la guerra come alleata delle potenze
vincitrici, delle quali per era stata per lungo tempo nemica.
Questa qualifica di ex nemico rendeva assai difficile il compito
del presidente del consiglio Alcide De Gasperi, chiamato ad
esporre il punto di vista dell'Italia alla conferenza di pace di
Parigi. Nel discorso tenuto in quell'occasione, del quale qui
riportiamo i passi pi significativi, egli espresse con onest
questa situazione, ma allo stesso tempo, affermando di parlare
come rappresentante della repubblica nata dall'antifascismo e
rivendicando con orgoglio il contributo offerto dal popolo
italiano nella lotta contro il nazifascismo, non esit a
denunciare il carattere punitivo del trattato.


Prendendo la parola in questo consesso mondiale, sento che tutto,
tranne la vostra personale cortesia,  contro di me: e soprattutto
la mia qualifica di ex-nemico, che mi fa considerare come
imputato, e l'essere citato qui dopo che i pi influenti di voi
hanno gi formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa
elaborazione. Non corro io il rischio di apparire come uno spirito
angusto e perturbatore, che si fa portavoce di egoismi nazionali e
di interessi unilaterali? Signori,  vero: ho il dovere innanzi
alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalit del mio
popolo di parlare come italiano; ma sento la responsabilit e il
diritto di parlare anche come democratico antifascista, come
rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in s le
aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni
universaliste del cristianesimo e le speranze internazionaliste
dei lavoratori,  tutta rivolta verso quella pace duratura e
ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i
popoli che avete il compito di stabilire.
Ebbene, permettete che vi dica con la franchezza che un alto senso
di responsabilit impone in quest'ora storica a ciascuno di noi:
questo Trattato , nei confronti dell'Italia, estremamente duro;
ma se esso tuttavia fosse almeno uno strumento ricostruttivo di
cooperazione internazionale, il sacrificio nostro avrebbe un
compenso: l'Italia che entrasse, sia pure vestita del saio del
penitente, nell'ONU, sotto il patrocinio dei Quattro, tutti
d'accordo nel proposito di bandire nelle relazioni internazionali
l'uso della forza (come proclama l'art. 2 dello Statuto di San
Francisco) in base al principio della sovrana uguaglianza di
tutti i Membri, come  detto allo stesso articolo, tutti
impegnati a garantirsi vicendevolmente l'integrit territoriale e
l'indipendenza politica, tutto ci potrebbe essere uno spettacolo
non senza speranza e conforto. L'Italia avrebbe subito delle
sanzioni per il suo passato fascista, ma, messa una pietra tombale
sul passato, tutti si ritroverebbero eguali nello spirito della
nuova collaborazione internazionale.
Si pu credere che sia cos?.
Evidentemente ci  nelle vostre intenzioni, ma il testo del
Trattato parla un altro linguaggio.
In un congresso di pace  estremamente antipatico parlar d'armi e
di strumenti di guerra. Vi devo accennare, tuttavia, perch nelle
predisposizioni prese dal Trattato contro un presumibile
riaffacciarsi di un pericolo italiano si  andati tanto oltre da
rendere precaria la nostra capacit difensiva connessa con la
nostra indipendenza. Mai, mai nella nostra storia moderna le porte
di casa furono cos spalancate, mai le nostre possibilit di
difesa cos limitate. Ci vale per la frontiera orientale come per
certe rettifiche dell'occidentale ispirate non certo ai criteri
della sicurezza collettiva. N questa volta ci si fa balenare la
speranza di Versailles, cio il proposito di un disarmo generale,
del quale il disarmo dei vinti sarebbe solo un anticipo [...].
Ora non v'ha dubbio che il rovesciamento del regime fascista non
fu possibile che in seguito agli avvenimenti militari, ma il
rivolgimento non sarebbe stato cos profondo se non fosse stato
preceduto dalla lunga cospirazione dei patrioti che in patria e
fuori agirono a prezzo di immensi sacrifici, senza l'intervento
degli scioperi politici delle industrie del Nord, senza l'abile
azione clandestina degli uomini dell'opposizione parlamentare e
antifascista [...]. Rammento che il comunicato di Potsdam del 2
agosto 1945  [a Potsdam, vicino a Berlino, si era tenuta una
conferenza tra USA, URSS e Gran Bretagna, che avevano stabilito i
criteri da seguire per la stesura dei trattati di pace con la
Germania ed i suoi alleati] proclamava: L'Italia fu la prima
delle potenze dell'Asse a rompere con la Germania, alla cui
sconfitta essa diede un sostanziale contributo, ed ora si 
aggiunta agli Alleati nella guerra contro il Giappone. Tale era
il riconoscimento di Potsdam. Che cosa  avvenuto perch nel
preambolo del Trattato si faccia ora sparire dalla scena storica
il popolo italiano? La stessa domanda pu venire fatta circa la
formulazione cos stentata ed agra della cobelligeranza: Delle
forze armate italiane hanno preso parte attiva alla guerra contro
la Germania. Delle forze? Ma si tratta di tutta la marina da
guerra, di centinaia di migliaia di militari per i servizi di
retrovia, del Corpo italiano di liberazione, trasformatosi poi
nelle divisioni combattenti e last not least [ultima cosa ma non
meno importante] dei partigiani autori, soprattutto, della
insurrezione del Nord. Le perdite nella resistenza contro i
Tedeschi, prima e dopo la dichiarazione di guerra, furono di oltre
120.000 uomini tra morti e dispersi, senza contare i militari e i
civili vittime dei nazisti nei campi di concentramento e di 50.000
patrioti caduti nella lotta partigiana. Diciotto mesi dur questa
seconda guerra, durante i quali i Tedeschi indietreggiarono
lentamente verso Nord, spogliando, devastando, distruggendo quello
che gli aerei non avevano abbattuto [...].
Il carattere punitivo del Trattato risulta anche dalle clausole
territoriali. E qui non posso negare che la soluzione del problema
di Trieste implicava difficolt oggettive che non era facile
superare. Tuttavia anche questo problema  stato inficiato fin
dall'inizio da una persistente psicosi di guerra, da un richiamo
tenace ad un presunto diritto del primo occupante e dalla mancata
intesa tra le due parti pi direttamente interessate [...].
Chi si fa interprete oggi del popolo italiano  combattuto da
doveri apertamente contrastanti. Da una parte egli deve esprimere
l'ansia, il dolore, l'angosciosa preoccupazione per le conseguenze
del Trattato. Dall'altra, riaffermare la funzione della nuova
democrazia italiana nel superamento della crisi della guerra e nel
rinnovamento del mondo operato con validi strumenti di pace. Tale
fede nutro io pure e tale fede sono venuti qui a proclamare con me
i miei due autorevoli colleghi, l'uno [Ivanoe Bonomi] gi
presidente del Consiglio prima che il fascismo stroncasse
l'evoluzione democratica dell'altro dopoguerra, il secondo
[Giuseppe Saragat] presidente dell'Assemblea Costituente
repubblicana, vittima ieri dell'esilio e delle prigioni e
animatore oggi di democrazia e di giustizia sociale: entrambi
degni interpreti di quella Assemblea cui spetter di decidere se
il Trattato che uscir dai vostri lavori sar tale da autorizzarla
ad assumerne la corresponsabilit senza correre il rischio di
compromettere la libert e lo sviluppo democratico del popolo
italiano.
Signori delegati, grava su voi la responsabilit di dare al mondo
una pace che corrisponda ai conclamati fini della guerra cio
all'indipendenza e alla fraterna collaborazione dei popoli liberi.
Come italiano non vi chiedo nessuna concessione particolare. Vi
chiedo solo di inquadrare la nostra pace nella pace che
ansiosamente attendono gli uomini e le donne di ogni Paese, che
nella guerra hanno combattuto e sofferto per una meta ideale, fate
uno sforzo tenace e generoso per raggiungerla. E' in questo quadro
di una pace generale e stabile, signori delegati, che vi chiedo di
dare respiro e credito alla Repubblica d'Italia: un popolo
lavoratore  pronto ad associare la sua opera alla vostra per
creare un mondo pi giusto e pi umano.
